giovedì 20 febbraio 2014

Cantuccini di Prato ma non solo.


Si, la foto è un po' kitsch, me ne rendo conto :)
Una ricetta velocissima e buonissima. Zero burro, in compenso: uova, zucchero e tante mandorle e nocciole. La cosa più bella è che ne escono tantissimi, in forno raddoppiano e rispetto agli altri biscotti durano almeno qualche giorno e non finiscono proprio subitissimo.
Questa ricetta l'ha portata a casa il mio babbo, non ci ricordiamo in che occasione, ma di sicuro c'entra la scuola, forse arriva da un suo collega, oppure da qualche allievo.
Mi ricordo che anni fa, quando andai al rainbow nei Balcani, ne preparai tantissimi da mangiare e offrire durante il viaggio. L'ultima volta li ho mangiati questo inverno, durante una passeggiata in racchette. Ci siamo fermati in mezzo alla neve in una veranda di una casa non nostra a fare merenda con cantucci, tè caldo e frutta.

Cantuccini di prato

Mischiare e impastare:

500 g di farina
450 g di zucchero
3 uova
1 pizzico di sale
1 bustina di lievito
1 bustina di zucchero vanigliato
la scorza di un limone
1 dl scarso di latte

poi aggiungere 350 g di mandorle e/o nocciole intere e formare dei salsicciotti di 2 cm di diametro lunghi quanto la teglia e disporli paralleli e un po' distaccati l'uno dall'altro su di essa. Durante la cottura raddoppiano di volume quindi c'è il rischio che si appiccichino.

Cuocere nel forno preriscaldato a 190° per 30 minuti. Tagliare ancora caldi con tagli obliqui.

sabato 8 febbraio 2014

Dov'è la lingua di gatto? Space muffins

Idee malsane emergono in Via del Borgo. Ma non sono piani criminosi, almeno non questa volta. E' nata l'idea è di una cena americana, ma con tutti piatti rigorosamente fatti in casa. Burrosi, oleosi, l'importante è che siano “porcosi”. Io mi sono occupata di uno dei dolci e ho pensato ai muffin. La mia pignoleria mi impone di sottolineare una differenza, cioè quella tra “muffin” e “cupcake”: i cupcake di solito vengono mangiati come dessert, sono glassati e a base di burro, i muffin abitualmente si mangiano a colazione e sarebbero a base di olio. Ora dimenticate ció che ho appena detto poichè ho cucinato dei muffin a base di burro e li ho serviti come dessert. Dimenticavo: colorati, giusto per dare un non so che di chimico che sa molto di americano. Con tutto il rispetto. Ingredienti: 170-180 gr. di Burro (a temperatura ambiente, morbidoso) 200 gr. di Zucchero 200 mL. di Latte 400 gr. di Farina 3 uova 1 bustina di lievito vanigliato 1/2 cucch. di bicarbonato un pizzico di sale gocce di Cioccolato Preparazione: Comincia accendendo il forno a 180 gradi. Prendi il burro, lasciato un po' fuori dal frigo in modo che sia morbido, e fallo a pezzetti. E' molto importante che sia morbido, perchè andando avanti con i procedimenti, se fosse freddo e duro, è piú difficile lavorarci. Aggiungi lo zucchero e frulla il tutto. Allora, secondo me è piú facile se prima di frullare si aggiungono subito le uova, giusto per evitare che venga sparato ovunque lo zucchero. Fai come credi. Dopo aver frullato, aggiungi anche il latte e frulla nuovamente. A questo punto puoi aggiungere farina setacciata /bicarbonato/sale/lievito vanigliato e uniteli al composto, lentamente cosí che non si formino grumi. Ora puoi aggiungere le gocce di cioccolato. Un po' nel composto, un po' in bocca, un po' nelle mani dei coinquilini golosi. Mescolate. 

Ora, io ho a disposizione degli stampini in silicone, di due misure, perfetti per fare i muffin, so che esistono vari tipi di stampi e suppongo vadano piú che bene purchè resistenti al forno (mi raccomando niente plastica!!! se no, altro che muffin chimici...). Chi ha una cucina ben fornita avrà una sac à poche, noi purtroppo no. Ma relax, va piú che bene un normalissimo e banalissimo cucchiaio, per riempire gli stampi. Il dettaglio importantissimo è che non bisogna assolutamente riempirli fino all'orlo. Assolutamente!! Al massimo fino a metà. A questo punto, se hai dei coloranti alimentari, puoi mescolarli all'impasto direttamente all'interno degli stampi e infine mettici sopra altre gocce di cioccolato.

In forno per 25-30 minuti. Teneteli d'occhio. Per controllarne la crescita (perchè è affascinante tanto quanto guardare una lavatrice in azione) e il colorito, cosí da sfornarli al momento giusto. Perfetto è servirli freddi, perchè tiepido il burro puó pesare parecchio nello stomaco. Naturalmente non ci son regole per gli orari in cui si possono mangiare i muffin, a differenza di quello che si dice. Per colazione, seconda colazione, spuntino, merenda, dessert, spuntino di mezzanotte.
Quindi non mi resta che augurare buon divertimento e buon appetito!
 


giovedì 6 febbraio 2014

Il cavolo nero di Via Orfeo

Ieri che era mercoledì Elena mi ha fatto scoprire il mercato biologico dei produttori locali al Làbas in Via Orfeo 46. Sono tornata a casa con lo zaino e il cestino della bicicletta pieni di ingredienti incredibili: farina macinata a pietra in un mulino della zona, un pezzo di pagnotta alla zucca e lievito madre, spinaci e cavolo nero.
Oggi ho cucinato il cavolo nero, credo per la prima volta nella mia vita. E ho pensato di farci una zuppa.

Zuppa di cavolo nero e patate


Zuppa di cavolo nero e patate


Ingredienti
cipolla
aglio
olio extravergine di oliva
patate
cavolo nero
brodo vegetale
ev. una crosta di grana o di parmigiano

P.S per le dosi andare a occhio

Procedimento
Stufare a fuco basso in una pentola con un po' di olio la cipolla tritata e uno spicchio d'aglio. Se la cipolla si attacca sul fondo aggiungere un poco di acqua. Fare cuocere per almeno 10 minuti.
Intanto tagliare a pezzettini le patate e aggiungerle al soffritto e ricoprire il tutto con un po' di brodo vegetale.
Quando le patate sono più o meno cotte aggiungere le foglie di cavolo nero, tagliate a fettine e private della venatura principale.
Cuocere il tutto per una quindicina di minuti. Servire caldissima.

Un mio amico mi ha consigliato di aggiungere ai sughi o alle minestre in cottura delle croste di parmigiano pulite e tagliate a pezzettini piccolissimi. Ho provato a utilizzarle nella mia zuppa e il risultato è stato molto soddisfacente: sono molto saporite e hanno una consistenza particolare, un po' ciccosa.

venerdì 13 dicembre 2013

Tortellini, cappellacci e altra pasta ripiena.


Dopo quasi tre mesi a Bologna non poteva mancare un post sui tortellini. 
In questa città i tortellini sono ovunque. Dai più standardizzati e proletari, a lunga conservazione, che si trovano nei supermercati, a quelli più borghesi: bellissimi e carissimi, presentati come fossero gioielli, nelle vetrine delle gastronomie di lusso. E i tortellini ci sono sempre, scritti con il gesso, anche nelle lavagnette del menù del giorno, alle porte delle osterie.
Scrive lo storico John Dickie: 
«Nel Nord Italia, per le famiglie che se lo potevano permettere, i tortellini erano di solito il piatto tipico del pranzo domenicale: mangiando i tortellini le famiglie confermavano che tutto andava bene e che ogni cosa era al suo posto».
Oltre che un'affermazione di serenità e stabilità, i tortellini sono dunque un piatto della festa. Lo sono diventati anche per la mia famiglia: nonostante non viviamo in un territorio dove c'è questa cultura, noi, la pasta ripiena, la facciamo a Natale. Solo da pochi anni in realtà e grazie alla mia amica-draga-ferrarese, quella che a Carnevale ci portava i lupini della sua mamma. Lei ci ha fatto conoscere i cappellacci che sono dei tortelloni ripieni di zucca che di solito si mangiano con il ragù. Che secondo me, il ragù, ci sta benissimo perché smorza la dolcezza della zucca che in alcuni casi risulta stucchevole. La mia amica-draga ci ha portato a mangiare i cappellacci in un'osteria meravigliosa nel quartiere ebraico di Ferrara. 
Ferrara mi ha colpito per i cappellacci e per la quantità di biciclette.
Poi ho avuto la fortuna di provare anche i cappellacci di zucca della sua mamma ed erano fantastici. Tornata in Ticino per le vacanze di Natale abbiamo deciso di preparali anche noi utilizzando una zucca coltivata dal mio babbo, e da allora li abbiamo fatti tutti gli anni per Natale. 
Cappellacci di zucca.
Tranne una volta che abbiamo cucinato dei ravioli aperti, bellissimi e neri di nero di seppia.

Ravioli al nero di seppia. Ricetta presa da Piatto Forte
http://la1.rsi.ch/piattoforte/index.cfm?scheda=16571&vers=sint 
La preparazione della pasta ripiena è un momento molto bello, di intima socialità e condivisione: s'impasta, si tira la sfoglia, la si taglia e la si piega attorno al ripieno. Tutto questo lo si fa chiacchierando.
È stato bellissimo quando abbiamo preparato i tortellini a Bologna: 8 mani che lavoravano nell'appartamento di Via del Borgo.
Siamo partiti con un incauto ottimismo, con la convinta volontà di fare 15 uova di pasta e produrre un'immensa scorta di tortellini, da congelare e poter mangiare in ogni momento.
Dice Girolamo Sineri sull'atto della conservazione:
«La conserva casalinga non è un metodo per preservare il cibo, è una scommessa sul futuro. Chi farebbe mai più marmellate se non avesse la speranza di vivere almeno il tempo di poterle mangiare?».
Non so se ho vissuto questa esigenza di congelare i tortellini come una scommessa per il futuro o piuttosto in un'ottica di avere un Paese di Cuccagna nel congelatore dal quale attingere ad una scorta infinita di tortellini. Oppure, chissà, forse sono stata spinta da un'inconscia e ingiustificabile attitudine all'accumulazione capitalista.
Fatto sta che dopo 9 uova non ne potevamo più. Impastare e tirare la sfoglia richiede uno sforzo fisico non indifferente. Inoltre ad un certo punto il nostro morale è un pochino crollato: i tortellini non ci uscivano proprio benissimo, ma a poco a poco abbiamo imparato ed erano sempre più belli e piccoli.
Abbiamo discusso e pensato a lungo su come fare il ripieno. All'inizio volevamo fare il ripieno tradizionale, ma servivano troppi tipi di carne diversi e sia per questioni economiche che di razionale buon senso abbiamo optato per un'altra soluzione.
Dickie dice che:
I tortellini erano uno sfizio, ma erano anche un modo per mettere a frutto gli avanzi, utilizzati per il ripieno (un perfetto esempio di incantesimo materno): l'idea di un'unica ricetta, la ricetta autentica dei tortellini, avrebbe avuto poco senso per le donne che passavano ore e ore a prepararli, e che trasmettevano il loro sapere alle figlie».
Mi trovo molto d'accordo sul fatto che la pretesa dell'esistenza di un'unica ricetta, quella giusta e autentica dei tortellini non abbia senso. Ha senso invece usare gli avanzi, oppure ingredienti di stagione e facilmente reperibili. Per questo abbiamo scelto tre ingredienti per il ripieno: patate, funghi e speck e li abbiamo combinati in quasi tutti modi possibili: patate-funghi-speck; patate-funghi, patate-speck. 
I nostri tortellini di Via del Borgo. (Foto di Angela)
Mi fa un po' ridere sapere che nel 1974 la Dotta confraternita del tortellino abbia depositato alla Camera del commercio la ricetta “corretta” per la preparazione del ripieno di tortellini. Come si può pensare di codificare in un atto legale una ricetta? La cucina dev'essere sperimentazione e capacità di adattarsi con creatività, inventiva e senso pratico al contesto materiale e culturale in cui si vive. Le ricette vanno tramandate attraverso le relazioni umane, non di certo cristallizzate in un atto legale.

Tortellini di patate, funghi e speck. 
Per la sfoglia:
100 grammi di farina di grano tenero per ogni uovo utilizzato
Impastare fino quando il composto risulta omogeneo. 
Se avete tempo fate riposare un paio di ore. 
Noi non lo abbiamo fatto.
La sfoglia dev'essere sottile.
Ho scoperto che con il matterello fisso si fa molta meno fatica. 
Si dice che per le donne bolognesi la sfoglia aveva raggiunto il giusto spessore quando in trasparenza si riusciva a vedere il santuario mariano di San Luca. 
Dalla nostra finestra possiamo al massimo vedere la chiesa di Via Mascarella. 
Ma pare che vada bene lo stesso.
Per il ripieno
Mischiare e frullare a piacimento: patate bollite, speck (a pezzettini, non frullato) e funghi cotti in padella. Sale e pepe. Eventualmente anche formaggio grattugiato, noce moscata e pangrattato. Il composto deve risultare abbastanza sodo.
Procedimento
Tagliare la sfoglia a quadratini. Mettere un po' di ripieno al centro di ogni quadrato. Per la piegatura: improvvisare, o chiedete a qualcuno che lo sa fare, o alla peggio cercare un tutorial su youtube.

Cuocere in abbondante acqua salata.

Tortellini patate, funghi e speck. (Foto di Angela)

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John Dickie, CON GUSTO: storia degli italiani a tavola, Roma-Bari, Laterza, 2007


domenica 3 novembre 2013

Ho fatto pace con Achille


E torna un altro post nella rubrica "Dov'è la lingua di gatto". Angela ha preparato una buonissima torta di carote.
Dov'è la lingua di gatto, TORTA DI CAROTE

La torta di carote di Angela.
Premetto: io amo questo torta. Non è semplice golosità, è proprio amore...amore profondo. Di quelli da farfalle nelle stomaco. Da gambe molli. Da mente vuota quando sei in Sua presenza. Quando c'è, hai occhi solo per Lei. La guardi e pensi “Lei è mia...io la amo”. Altra premessa: mia mamma è un dio a farla. No no, è davvero un Dio. Ma questa torta è stato anche il mio “tallone d'Achille”. Avevo provato a farla due volte: la prima volta si è rotta. La seconda ero con mia mamma. Quando qualche giorno fa è sorta l'idea del “sabato casalingo” e le mie coinquiline hanno deciso di fare i tortellini, io ho deciso di fare la torta di carote. Non è una torta veloce, bisogna premeditarla.
Bando alle ciance, cominciamo...

INGREDIENTI
5 uova 250 g zucchero 250 g carote 250 g mandorle grattuggiate/macinate 1 limone 80 g farina (abbondanti) 1 bustina di lievito sale
N.B. (ma davvero bene) La prima volta che ho fatto questa torta ho grattuggiato le carote in modo diverso, piú grosse. Ora...non so se è questo che ha reso la torta molto umida e quindi predisposta alla rottura. Questa volta, stessa quantità, ma grattuggiate in modo diverso. Ed è uscita giusta. Visto il trascorso, ho cambiato anche il mio modus operandi, ossia senza pesare, ma ha occhio, anche per paura che uscisse troppo umida, ho aggiunto piú farina del previsto. Forse anche questo ha contribuito. Mandorle Macinate: visto che è prevista poca farina, bisogna compensare. Nei supermercati in Svizzera si trovano facilmente, in Italia si trovano piú di frequente le mandorle intere (e purtroppo costicchiano). Fai questo investimento, ne vale la pena. Poi le puoi grattuggiare. La prima volta l'ho fatto a mano...lavoraccio!!! Questa volta ho usato il frullatore a immersione. Ma è perfetto anche il frullatore normale.

PREPARAZIONE
Prima di infornare.
Preriscalda il forno a 180 gradi. Grattugia le carote. Dividi l'albume dal tuorlo, la tecnica è sempre quella: rompi in due parti e passa il tuorlo da un guscio all'altro. L'albume mettilo in frigo (da freddo si monta meglio a neve). Ai tuorli aggiungi zucchero, carote e mandorle macinate. Grattugia il limone e spremilo, quindi aggiungi la scorza e il succo al tutto. Aggiungi farina e lievito. Monta a neve gli albumi con un pizzico di sale. Aggiungi il tutto all'impasto. Ricordati di imburrare e infarinare la teglia! Nel forno a 180 gradi per circa 50 minuti. Fai la prova dell' “arma contundente”.
Glassa:
250 g di zucchero a velo e 3 cucchiai di succo di limone. In realtà dovrai aggiungere ancora un po' d'acqua. Piú concentrato fai, piú bianca viene. Quindi l'acqua aggiungila a filo. Ovviamente se vuoi che la glassa abbia piú gusto di limone, aggiungi il succo. Vedi tu.

Glasse colorate.

Quando hai sfornato la torta, prima di metterci la glassa, lasciala raffreddare un pochino. Buon divertimento e buon appetito!!

Carote Picasso.


martedì 29 ottobre 2013

La Flammkuchen in Via del Borgo

Flammkuchen in Via del Borgo
Non so bene come sia successo. L'altra settimana ero alla fondazione Gramsci con alcune amiche e compagne di storia e stavo consultando le rubriche di cucina delle annate degli anni '50 del settimanale "Noi donne". E poco dopo ero a bere birra danese seduta per terra laddove Via delle Belle Arti incrocia Via Mascarella. E poi mi sono trovata in un appartamento all'ultimo piano di Via del Borgo a mangiare per la prima volta nella mia vita la Flammkuchen. La Flammkuchen in questione ce l'ha preparata il coinquilino erasmus della mia amica, quella che vive nell'appartamento all'ultimo piano in Via del Borgo. Senza aver ricevuto alcun preavviso e con molta serenità questo ragazzo ha preparato nella sua cucina una cena incredibile per 8 persone chiassose e affamate. Ha cominciato a impastare acqua, farina con un po' di olio. Poi ha steso delle sottilissime pizze che ha farcito con panna acida, speck e anelli di cipolla. Le ha cotte nel forno caldissimo per 15 minuti. Ha preparato anche un'ottima insalata di bulgur, menta, prezzemolo e c'era di sicuro qualcosa d'altro che ora non ricordo. 

La flammkuchen oppure tarte fambée, è un piatto alsaziano. Su internet ci sono tantissime ricette diverse, c'è chi usa come base la pasta della pizza, chi la pasta sfoglia già pronta, chi ci mette il lievito e chi invece no. Il ragazzo che ce l'ha preparata non ce l'ha messo. Io ho pensato di provare a farla con la pasta madre, perché altrimenti con quella che è cresciuta con il rinfresco avrei dovuto fare il pane. E non sono tanto brava a fare il pane con la pasta madre. Ho guardato un po' di ricette in internet ma con la pasta madre non ho trovato niente. Volevo usare anche la farina di segale perché ne avevo un sacchetto, comprato prima di scoprire che non era facilissima da usare per la panificazione. Non ho trovato neppure nessuna ricetta di Flammkuchen in cui si usasse la farina di segale. 
Allora ispirandomi a diverse ricette che ho trovato in rete ne ho inventata una.

Flammkuchen con pasta madre e farina di segale (x 2 persone ma sappiate che se si mangia solo Flammkuchen si ha ancora un po' di fame)


INGREDIENTI


Per l'impasto:

100 g di pasta madre rinfrescata

150 g di farina bianca

50 g di farina di segale
100 ml di acqua
olio
sale

Per la farcitura:
panna acida
1 cipolla tagliata sottilissima
speck (io ho usato la pancetta)
sale e pepe

La pasta madre che sta lievitando dopo il rinfresco.

PROCEDIMENTO

Sciogliere la pasta madre rinfrescata in un po' di acqua tiepida e aggiungere un po' di miele (o zucchero, o malto d'orzo). Aggiungere le farine, il sale e il resto dell'acqua. Eventualmente aggiungere un po' di olio d'oliva. Impastare bene e formare una palla. Incidere una croce con il coltello e coprire con un canovaccio. Mettere a lievitare per 3 o 4 ore in un posto tranquillo lontano dalle correnti d'aria.

Impasto in lievitazione.
Una volta che l'impasto è lievitato dividerlo in quattro e stendere delle sottili pizze. Io le ho fatte sottilissime e la crosta si è un po' seccata. Quindi il mio consiglio è di farle sottili ma non sottilissime.


Così è un po' troppo sottile.






Farcire con la panna acida, lo speck e la cipolla.
Io non avevo la panna acida e allora l'ho fatta io, mischiando della panna con yogurth naturale e un po' di succo di limone. 


Cuocere nel forno a 220° per 15 minuti. Pepare ed eventualmente salare.



È buonissima con una salsina di accompagnamento fatta di panna acida avanzata e semi di peperoncino.



Flammkuchen con pasta madre e farina di segale.

Io l'ho mangiata assieme ad una zuppa di zucca, patate e curry.


Zuppa di zucca, patate e curry. Con panna acida. Già che c'era.




domenica 27 ottobre 2013

Di Tupperware. Di ceci e di latte di cocco.

Un piatto abbastanza veloce che è buonissimo anche il giorno dopo, da portarsi in facoltà, rigorosamente freddo dentro ad un tupperware. Mi sento figlia della generazione tupperware, secondo me tutte le nostre mamme sono finite più o meno per sbaglio, almeno una volta nella loro vita, alle dimostrazioni a domicilio tupperware. Un tentativo inquietante di mescolare il marketing alle relazioni sociali. Chiamo tupperware quelle scatole di plastica con coperchio pseudo ermetico che però nel mio caso non sono mai di marca tupperware. Una cosa bella dei tupperware è che non si comprano, ad un certo punto si hanno. Mio fratello nel corso della sua vita ne ha accumulati tantissimi e credo che non ne abbia mai acquistato uno. Devono essere quasi tutti di nostra mamma, ricevuti pieni di cibo e mai restituiti. 
Certo tenere il cibo nella plastica non è il massimo, e si fa una fatica boia ad abbinare il coperchio al contenitore, e a volte succede che ti si aprono nella borsa sporcando tutti i libri di cibo. E poi oggi ho trovato in camera mia un tupperware di una settimana fa che mi ero dimenticata di lavare. Però trovo così bello portarsi in giro il cibo. È un po' la versione più pratica ma meno romantica dei bentu giapponesi. O la versione postmoderna dellaschiscetta o barachin, quel contenitore di latta con il pranzo che i lavoratori si portavano da casa.
Portarsi il cibo da casa mi sembra una maniera di volersi bene. E preparare un tupperware per qualcuno è un atto di amore o quanto meno di forte amicizia. La settimana scorsa ho mangiato la mia zuppa di mais a Filippo Re, e anche le lasagne di zucca, funghi, patate e noci. 
Certo lo ammetto a volte è difficile resistere alla tentazione del cibo da strada che si può trovare a Bologna: piadine, pizze, kebab, arancini, tigelle, crescenza, torte salate, focacce, panelle, panzerotti, mozzarelle in carrozza, panini. Per non parlare della crêpes alla crema di pistacchio e gocce di cioccolato fondente di Via delle Moline.

II piatto di cui vi voglio parlare ce lo ha preparato Angela, l'ho mangiato a casa e l'ho mangiato anche il giorno dopo, in piazza San Martino, seduta davanti alla chiesa. Si tratta di riso in bianco cotto nel latte di cocco con bocconcini di pollo e verdurine varie cotte anch'esse nel latte di cocco e curry.


Riso basmati con pollo, germogli di bambù, latte di cocco e curry rosso

INGREDIENTI per 4 persone

La perizia con cui Angi taglia la verdura.

300 g di riso
2 petti di polli
1 cipolla bianca
1 grossa carota
2 zucchine medie
1 barattolo piccolo di germogli di bambù
latte di cocco
pasta di curry rosso

Soffriggere la cipolla e saltare in padella le zucchine e le carote tagliate a bastoncini. Prima le carote che ci mettono di più a cuocere. Poi aggiungere il pollo tagliato a pezzetti e quando è ben cotto aggiungere i germogli di bambù. Mangiati da soli non sono neanche un po' buoni ma in questo piatto ci stanno benissimo. Quando manca poco aggiungere il latte di cocco in cui si è stemperato un po' di pasta di curry. Far cuocere per uno o due minuti a fuoco medio. Il riso si può fare semplicemente bollito. Ma la mia coinquilina mi ha insegnato ad aggiungere un po' di latte di cocco anche nella pentola con il riso e l'acqua bollente. 


Il risultato.

Al Asian'market vicino a casa ho acquistato della pasta di curry verde e ho voluto fare un altra versione della ricetta:



Cous cous con pollo all'arancia, zucchine e ceci, latte di cocco e curry verde

INGREDIENTI per 4 persone

250 g di cuscus
2 petti di pollo
1 cipolla bianca
2 zucchine
un po' di ceci bolliti
latte di cocco
pasta di curry verde
farina
1 arancia
1 po' di succo di limone

Tagliare il pollo e infarinarlo. Farlo cuocere in una padella con un po' d'olio, sfumare con il succo di un'arancia. Quando il pollo è cotto spostarlo in un piatto e nella stessa padella soffriggere una cipolla e cuocere le zucchine a bastoncini. Poi aggiungere i ceci e il pollo e il latte di cocco in cui si è stemperato un po' di curry verde (io l'ho mischiato a quello rosso). Cuocere un paio di minuti e aggiungere qualche goccia di succo di limone. Servire con del cuscus. 



Le varianti di questo piatto sono infinite, si possono usare tutte le verdure, i funghi le carni e i pesci che si vogliono. Con i gamberi e i legumi esce qualcosa di meraviglioso.

Abbinare il cuscus, al latte di cocco è un anacronismo geografico? Può darsi. Secondo me si può mangiare qualsiasi cosa, basta farlo con consapevolezza.